Malformazioni arterovenose cerebrali: no all’immobilismo terapeutico

I 25 esperti europei sanciscono un cambio di rotta. Trattare i pazienti in modo multidisciplinare e in centri specializzati. La storia di Fabio: “sono guarito e oggi sono un Fabio 2.0”

Una consensus conference sul trattamento delle malformazioni arterovenose cerebrali (MAV) con i massimi esperti del settore, che ha portato ad una non trascurabile inversione di rotta sul quando e come intervenire. E’ stata questa la novità più importante che emerge dalla due giorni di meeting che è servita a fare luce sulle controverse conclusioni generate da uno studio pubblicato su Lancet qualche anno fa da un gruppo di studio americano.

I risultati avevano fatto parlare l’intera comunità scientifica e avevano ingenerato diversi dubbi nei pazienti. In sostanza si arrivava a stabilire che era meglio non intervenire sui malati che scoprivano di avere questo tipo di malformazione nella circolazione cerebrale. Questo perché la ricerca evidenziava che il rischio conseguente all’intervento era superiore alla probabilità di rottura naturale di questa sorta di “gomitolo” formato dai vasi sanguigni.  

Per i 25 big europei, che si sono riuniti a Milano sotto l’egida delle 3 società di settore che operano a livello continentale, quella neurochirurgica, quella di chirurgia mini-invasiva e di radiochirurgia, non c’è nessuna corrispondenza tra questo risultato e la realtà clinica. “Ci siamo riuniti, abbiamo discusso e abbiamo definito le raccomandazioni che devono essere seguite in questi casi. Lo studio pubblicato, nonostante il corretto impianto statistico, ha un vizio di impostazione che genera indicazioni non applicabili- indica Marco Cenzato, Direttore della Neurochirurgia di Niguarda e organizzatore del meeting insieme a Edoardo Boccardi, Direttore della Neuroradiologia di Niguarda-. Non si può dare un no preventivo che vale per tutti i casi. Bisogna analizzare i dati paziente per paziente e soprattutto ci vuole un approccio condiviso tra i diversi specialisti coinvolti: il neurochirurgo, il chirurgo endovascolare e il radiochirurgo. Per questo è importante rivolgersi a centri che mettono a disposizione del percorso di cura tutte e tre queste specialità, bisogna rivolgersi a centri specializzati, i trattamenti ci sono”.

Lo testimonia la storia di Fabio che ha raccontato la sua vicenda in un incontro aperto alla stampa nel secondo giorno di appuntamento. Quarantotto anni, una vita intensa con un lavoro di responsabilità e tanti hobby come le immersioni subacquee e le due ruote. Nell’aprile 2014 mentre è in sella alla sua moto su pista per le prove di qualifica, valide per la Coppa Italia superbike, un malore lo colpisce. Miracolosamente riesce a raggiungere i box dove i meccanici sono i suoi primi soccorritori. “Non mi ricordo niente di quegli attimi- sottolinea-. Mi sono risvegliato in ospedale, al Bufalini di Cesena, dopo 10 giorni di coma. Qui i medici hanno fermato subito l’emorragia e gli esami hanno individuato la malformazione a livello cerebrale”. C’era da intervenire. Fabio entra, così, in contatto (nuovamente) con lo specialista Marco Cenzato di Niguarda. Il dottore, infatti, aveva già operato per la stessa malattia anche la figlia di Fabio, già nel 2002, una coincidenza molto curiosa, per una patologia tanto rara (1 caso ogni 100.000 abitanti) e senza correlazioni di familiarità. “Oggi sono guarito e la malattia mi ha aiutato a rivedere con la giusta prospettiva i valori della vita. Prima vivevo una vita senza pause- fa notare-. Oggi sono una persona diversa, sono un Fabio 2.0”.